Elogio alla lentezza: Palleggio e San Cassiano

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Ci sono mete che non scopriremmo mai se non fosse il cuore a portarci lì. Di solito non sono grandi città o destinazioni famose, non vanno di moda, magari sono sottovalutate (o poco valutate) dagli abitanti stessi.
Poco fuori dalle mura della bella e giustamente nota Lucca, il fiume Serchio scorre verso gli archi del leggendario Ponte del Diavolo, che fin da piccola ho guardato con un misto di familiarità e timore. È la strada che porta dai nonni, la percorrevamo ogni fine settimana, ma ammetto di aver aspettato diversi anni prima di salire quella gobba carica di storie misteriose e inquietanti. Da lì le curve aumentano e portano a Bagni di Lucca, capitale europea della villeggiatura termale ottocentesca, dove racconti orgogliosi e malinconici sfidavano già la mia fantasia di bambina a riconoscere tracce di un antico e nobile passato provenire dalle sale del casinò e del Circolo dei Forestieri, dal ponte delle Catene, da Villa Ada, dalle terme. Si prosegue lungo il torrente Lima sulla strada conosciuta soprattutto da chi ama i sentieri e le piste da sci della zona dell’Abetone e dai motociclisti che si piegano sui tornanti in tunnel di foglie verdi o gialle, a seconda della stagione. Le montagne iniziano ad alzarsi tutt’intorno, i paesi a rimpicciolirsi e diradarsi, gruppetti di case raccolte intorno a un campanile e incastonati nel verde.
Palleggio è il paese dei racconti d’infanzia del papà, dei tesori scoperti nella cantina e nella soffitta dei nonni nelle domeniche d’infanzia, della festa della Befana, della vendemmia, della stalla con i conigli, del pollaio in fondo all’orto, delle marmellate e delle cialde della nonna. Oggi sono quasi tutti ricordi, ma è bello ritrovarsi almeno in estate all’ombra del campanile e lasciare che ci facciano compagnia.
Poco più in alto San Cassiano di Controne è il paese di origine dell’altro ramo della mia famiglia. Tra le tante chiesette e pievi, scoperte solo recentemente camminando con un bimbo per mano e uno in arrivo sulle antiche mulattiere una volta percorse dai nostri (bis, tris) nonni, spicca indubbiamente la Chiesa di San Cassiano con l’indiscusso valore artistico, la bellezza romanica e il fascino della sua storia. In questo paese i ricordi hanno una dimensione meno domestica e più mondana: partite a carte e chiacchiere al bar, sagre e feste, serate danzanti, la festa triennale. Tutte occasioni per vestirsi a festa e riunirsi, ritornare dalle città vicine e lontane in cui le famiglie si sono spostate e ingrandite, rivedersi, riconoscersi, ritrovarsi. Sì sono luoghi in cui ritrovarsi: con la famiglia e i compaesani, con le origini, con se stessi.
Io racconto di questi due paesi perché sono quelli che appartengono alla mia storia, ma molti sono i pezzettini di questo puzzle fatto di paesi, boschi, personaggi, storie, Storia, leggende, tradizioni, ricette tutti da scoprire. Sono spazi in cui ritrovare il contatto con la natura camminando in fondo al canyon dell’Orrido di Botri, facendo canyoning, scendendo lungo i corsi d’acqua con kayak o gommoni da rafting, tuffandosi nelle acque del fiume. E se all’adrenalina si preferisce la tranquillità, passeggiare nei boschi o fare yoga galleggiando sull’acqua rigenerano corpo e mente. Sono luoghi dove riscoprire attività tradizionali, incontrare i pastori e assaggiare i loro formaggi, mangiare le uova fresche e frutta e verdure appena raccolte, provare la fatica e la soddisfazione della raccolta di prodotti preziosi come i funghi e le castagne, imparare a cucinarli e conservarli, condividerli con gli amici facendo festa, ascoltare il silenzio, riconoscere i versi degli animali, guardare il cielo di notte e vedere un’infinità di stelle. Sono inviti alla lentezza.
Dove oggi si va per scappare dallo stress, grande nemico dei giorni nostri, qualche decennio fa il nemico era ben più terribile: la Grande Guerra non ha risparmiato queste montagne, i paesi e i suoi abitanti. I più anziani hanno molto da raccontare, spesso da ripetere, come per accertarsi che la memoria non vada perduta. I racconti che preferisco però sono quelli delle tante persone che nel secolo scorso hanno lasciato questi paesi per andare a lavorare all’estero, affidando alle lettere e a qualche fotografia quel prezioso legame con la famiglia che non conosce distanza. Alcune sono storie fortunate, altre meno, quasi tutte sono malinconiche, alcune si concludono con il desiderato ritorno al paese di origine, altre sono fatte di viaggi avanti e indietro, altre ancora raccontano di nuove vite iniziate in posti lontani. Si può fare il giro del mondo ad ascoltarle. Nella nostra generazione di nuovi viaggiatori europei forse mi sento un po’ erede di queste vite. Indubbiamente per noi è più semplice spostarci e le facili comunicazioni hanno ridotto le distanze, almeno virtualmente. Ma insieme a noi ci sono viaggiatori nati altrove, per i quali lasciare il proprio paese è ancora molto complicato. Non c’è alcun merito personale nell’essere nato qui o là, è solo un caso. A pensarci bene non mi sembra che ci si possa sentire particolarmente potenti per la fortuna avuta, semmai timorosamente grati.

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